La Mia Vita e le sue Infinite Sottotrame… mentre Vivo momenti di Confusione tra Realtà & Cinema!

martedì 12 luglio 2011

SADNESS






  • Sadness is emotional pain associated with, or characterized by feelings of disadvantage, loss, despair, helplessness, sorrow, and rage. When sad, people often become outspoken, less energetic, and emotional. Crying is an indication of sadness.

  • Sadness can be viewed as a temporary lowering of mood.

giovedì 23 giugno 2011

SENZA APPARENTE MOTIVO



Una famiglia londinese come tante. Sono giovani e hanno un figlio. Il padre (che è un esperto artificiere) e il bambino sono tifosi dell’Arsenal. Un giorno si recano entrambi ad assistere a una partita della squadra del cuore.
La moglie, la bella Michelle Williams, da un po’ di tempo trascurata e abbandonata, inizialmente si fa incuriosire e poi sedurre dal giornalista ma soprattutto belloccio di turno che sembra aver capito tutto dalla vita (in particolar modo delle donne) aka Ewan McGregor.
Approfittando dell’assenza del marito la moglie porta a casa l’affascinante giornalista con il quale sta avendo un rapporto sessuale proprio mentre allo stadio esplodono gli ordigni di un attentato terroristico. Tra le vittime ci sono il marito e il figlio il cui corpo però non viene ritrovato con certezza. Il senso di colpa pervade, consuma e brucia la protagonista in un crescendo infinito.
 Secondo Kubbler - Ross ci sono 5 fasi del Lutto o fasi del Dolore;
Sono diverse per ciascuno di noi:
1. Rifiuto
2. Rabbia
3. Patteggiamento
4. Depressione
5. Accettazione



Gli attentati terroristici al cinema possono essere utilizzati sotto molteplici aspetti. Possono divenire occasione per thriller in cui se ne indaga la preparazione così come elemento di base per riflessioni di carattere socio-politico oppure svariare in molteplici ambiti così come è accaduto per i film realizzati sull’attentato alle Twin Towers.
La scelta di Sharon Maguire si presenta come originale anche se poi la regista de Il diario di Bridget Jones non si rivela particolarmente adatta al compito che si è assegnato. Perché leggere i riflessi di atto terroristico attraverso le ossessioni che attraversano una madre che ha perso il figlio adorato (il film impiega tutta la parte iniziale per mostrarci l’intensità di questo legame affettivo) poteva costituire un ottimo spunto. Peccato però che la sceneggiatura invece si disperda nel voler ricercare troppi elementi a cui agganciarsi. Non basta il problema della relazione con il giornalista (che ha fornito l’occasione della scena quasi hard sviluppata in contemporanea con l’attentato trasmesso dalla televisione) ma si aggiunge una relazione con un collega del defunto marito nonché un pedinamento e conoscenza con il figlio di uno degli attentatori. Un casino.



L’analisi dell’inabissarsi nella follia della protagonista avrebbe potuto avere un suo valore introspettivo (grazie alla Williams che purtroppo qui soccombe sotto il peso dello script e che è invece una buona attrice). Siamo invece dinanzi a una dispersione di talento. Da Bridget Jones al dramma il passo non è breve né tantomeno facile.
Un film con poca personalità. Tutta colpa di una sceneggiatura senza nerbo, senza coraggio e francamente senza alcuna capacità di sviluppare ciò che ha scatenato. La noia regna sovrana. A mio avviso gli attori sono sprecatissimi.
Ci si domanda a volte: “cosa stavo facendo l’11 Settembre 2001, il giorno dell’attacco alle Twin Towers” oppure il  “19/20 Luglio 1969 la conquista della Luna” o in altre date storiche.
La protagonista del film in un giorno drammatico di terrore a Londra cosa stava facendo? Cosa faceva mentre il piccolo figlio e il marito erano vittime del terrorismo?
Penso che il senso di colpa sia più verso la gran scopata non conclusasi che per aver perso il marito, che ahimè non le dava più le attenzioni che si meritava la bella Michelle.
Tutto il film percorre la sua strana elaborazione del lutto che sembra non poter cancellare quel momento.
Su consiglio di uno psichiatra scrive una lunga lettera a Osama Bin Laden.
“…quel giorno tu hai ucciso delle persone e io ho ucciso l’amore!”
L’amore come sempre però trionferà.



Peccato! Una regia discutibile, poteva essere un film migliore.

domenica 15 maggio 2011

IL SUO NOME è TOTSI



E' un film vincitore dell'Oscar al miglior film straniero 2005, diretto da Gavin Hood, ed ambientato a Soweto, vicino a Johannesburg in Sudafrica. Il film è basato sul romanzo di Athol Fugard, che porta lo stesso nome della pellicola. 


Trama: Orfano di madre, morta di HIV, e cresciuto con un padre violento che abusava di lui, David, più conosciuto come Tsotsi, è il diciannovenne e spietato capobanda di un gruppo di giovani criminali, che vivono in una baraccopoli di Johannesburg. In fuga da un passato doloroso, Tsotsi ha rimosso qualunque ricordo della sua infanzia, compreso il suo vero nome: infatti nel gergo del ghetto "Tsotsi" vuol semplicemente dire "gangster". Una notte, accade che Tsotsi spari ad una donna per rubarle l'auto, senza rendersi conto che sul sedile posteriore c'è un neonato addormentato, figlio della donna. Nonostante la sua corazza di rabbia, Tsotsi decide ugualmente di prendersi cura del piccolo. Ben presto il ragazzo si renderà conto che nelle sue condizioni sarà difficile anche soltanto nutrire il bambino. A modo suo Tsotsi incomincerà a prendersi cura di lui. 
Tsotsi" non è il solito film sui ghetti; non è neanche il solito film sulla vita ai margini e allo sbando dei neri africani, ma è una parabola sulle conseguenze della violenza, sul passato che ritorna inaspettato, sul riscatto esistenziale.
Gli attori parlano il linguaggio-slangs delle strade di Soweto; il mondo di Tsotsi è un mondo di contrasti: baracche/grattacieli, ricchezza/povertà, rabbia/dolore. I personaggi - o meglio, i ragazzi - hanno un'anima duplice: dietro alla corazza di rabbia e violenza si cela la loro umanità, il loro grido di aiuto (che spesso viene accolta con altra violenza!), di attenzione e di rispetto.



La storia, una redenzione improvvisa e imprevista, è un po' tirata per i capelli, ma regge grazie ad un'ottima secchezza narrativa e ad un impianto scenico di prim'ordine. C'è fatica nel passare dalla violenza al pentimento, tuttavia i continui richiami all'ingiustizia sociale puntellano bene il primo fenomeno, mentre cenni umanitari di fondo in qualunque individuo fanno ancor meglio nei confronti del secondo. Il pretesto, tutto sommato banale, a sostegno della redenzione non convince del tutto, anche se l'interprete vive la sorpresa con impegno non indifferente.  Qualche eccesso sentimentale non riesce a rovinare lo spettacolo.  





Consiglio vivamente SERAFINA! IL PROFUMO DELLA LIBERTA’ che tratta di un argomento differente, il film è incentrato sulla vicenda degli scontri di Soweto del 1976 in Sudafrica, durante l'Apartheid. Se i musical non sono il vostro forte, sarete un po’ restii a guardarlo, ma merita! 

mercoledì 11 maggio 2011

IL Tè NEL DESERTO




Africa 1947 - Le vicende di 3 viaggiatori (viaggiatori, non turisti) americani in Africa una coppia di artisti in crisi, Kit e Port  e l'amico George si recano nel Nord Africa. Partendo da Tangeri percorrono un lungo itinerario che li porta nei luoghi dove l'Africa è più ostile, danaroso ed invadente.  



Il loro matrimonio ha superato l'ora del tè da un pezzo e adesso, con questo itinerario tra le dune africane, tentano di rifarlo bollire riaccedendo la fiamma della passione. Così tra tempeste di sabbia, di mosche e un calore insopportabile Kit segue Port che sembra scappare da se stesso, toccando una città dietro l'altra. Lo scopo è anche quello di seminare George il terzo incomodo che cerca di insidiare sua moglie con la sua ardente ma vuota bellezza e il suo sorriso fasullo.

Kit crede di poter riaccendere il desiderio, resiste come un bastione alle avances ardite del più giovane che le regala momenti di spensieratezza ma poi ... quando finalmente rimane sola con il marito Port, scatta qualcosa che porta ad un ravvicinamento;
durante il viaggio i tre si dividono. Port si ammala di tifo e muore dopo lunga agonia. Rimasta sola, Kit si accoda ad una tribù di tuareg il cui giovane capo, Belgassim, la prende come sua concubina.




A Kit, ormai sola in un Paese sconosciuto e fatto di continui adattamenti, non rimane che integrarsi con la nuova sorte e con la gente del posto. Si fa prelevare dai tuareg a bordo di un cammello e finisce per diventare la concubina del loro capo che la fa sua. Ovviamente, pochi sanno che sotto i veli del vestito si cela una donna bianca. Egli infatti la tiene segregata sino alla liberazione per mano di una delle sue concubine, gelosa dell'occidentale. Prostrata e dopo varie peripezie si ritrova nell'ospedale di Tangeri dove viene rintracciata da un'esponente dell'ambasciata americana...Ma la sua esistenza è oramai spezzata dalle esperienze vissute.



Film forse eccessivamente lungo (2:46) )ma ben recitato da un’ottimo cast (Malkovic in primis) e con impagabili panoramiche nello stile di Bertolucci che ce le dona nelle carrellate a lungo campo sui fantastici volti della natura selvaggia e desertica. Mi ha fatto pensare a IO BALLO DA SOLA.

Bertolucci descrive il senso della vita quando questa non ha più necessità di esistere. Una metafora sul disfacimento della cultura occidentale retta su un drammatismo narrativo dove l'elemento prioritario è rappresentato dal deserto, simbolo della lontananza e di malinconica solitudine.

Cit: “A volte penso che questo sia il nostro vero errore: credere di avere tutto il tempo che vogliamo. Che il tempo in realtà non esista..” Kit

sabato 7 maggio 2011

THE BOX



Ero indecisa se scrivere una recensione o meno... ma, ecco la trama:


Arlington Steward è misteriosamente resuscitato in ospedale dopo essere stato colpito da un fulmine e, costruito un apparecchio dallo scopo ignoto, se n’è andato. Virginia, 1976. Prima dell’alba il campanello di casa Lewis suona svegliando i coniugi Norma e Arthur. Aperta la porta, Norma trova un pacchetto. Si sveglia anche il figlioletto Walter, incuriosito. Nel pacchetto c’è una strana scatola e un biglietto: il signor Steward chiamerà alle cinque del pomeriggio. Arthur lavora a un progetto della Nasa - il Viking è atterrato su Marte - ed è totalmente preso dal lavoro. Norma, insegnante, è alle prese con altri problemi ed è sola in casa quando arriva puntuale il signor Steward, con il volto in parte sfigurato dal suo incontro ravvicinato con il fulmine. Spiega a Norma che se preme il pulsante che sovrasta la scatola provocherà la morte di uno sconosciuto e guadagnerà un milione di dollari. Se invece rinuncerà a premerlo, riceverà cento dollari per il disturbo. Ventiquattro ore per decidere. Norma ha un problema a un piede causato da quello che oggi si definirebbe un caso di malasanità, mentre Arthur viene rifiutato come astronauta. Entrambi hanno quindi motivi per avercela con la sorte. Davanti a loro una decisione assurda che però prendono sempre più sul serio, tentati dal denaro e dalla voglia di scoprire la verità. Dopo tanto parlare, Norma preme il pulsante quasi d’impulso. Ma questo è solo l’inizio.
Inquietanti bizzarrie e suggestive stranezze sono disseminate per tutto il film a dare un tono singolare alla vicenda.
La paranoia tipicamente mathesoniana prende possesso del film, con i protagonisti circondati da allusioni, minacce, inquietudini che invadono improvvisamente il tranquillo contesto in cui sono abituati a vivere. Tutti sembrano nascondere qualcosa, la città sembra percorsa da una cospirazione globale. Fidati solo di te stesso, è la filosofia, ma a volte nemmeno quello è sufficiente. Il tutto immerso in un periodo storico preciso, che ci sembra lontano, con le sue speranze e le sue pulsioni verso lo spazio esterno. Questo è in fondo il difetto principale di un film che mette molta carne al fuoco e crea un clima di angoscioso mistero, ma poi non sa risolverlo se non nel modo più semplice.









Dal regista che aveva sfornato Donnie Darko, il suo ultimo "The Box" non sembra esserne minimamente all'altezza.
Una sorta di psico-thriller che dal fortunato film del regista americano cerca di trarre, senza alcun successo, le atmosfere cupe ed ansiogene e le situazioni in bilico tra realtà e prodotto della mente.
SI lascia guardare per la prima mezzora dove l'idea di premere un bottone, uccidere qualcuno e diventare milionari puo' far presagire un film interessante, idea che viene radicalmente accantonata nel proseguo del film con il susseguirsi di scene ambigue ed al limite del non-sense che avrebbero come obbiettivo quello di spaesare ed incuriosire lo spettatore ma che riescono soltanto ad annoiarlo mentre la pellicola prosegue il suo corso verso la fine.
Il finale, per'altro molto scontato, ricalca appieno la mediocrità dei minuti precedenti e la parola che piu' lo contraddistingue è inutilità.
DI fatto il film ha dalla sua solamente il soggetto, a tratti accattivante che, una volta esposto, lascia libertà al regista di prodigarsi in un esercizio di stile lontanamente paragonabile a quanto visto in Donnie Darko con il susseguirsi di scene che potrebbero essere il frutto di una mente sotto cure psichiatriche.  I temi sono trattati con una banalità difficilmente raggiungibile, tant'è che spesso essi emergono con difficoltà allo spettatore inizialmente colpito dalle scene iniziali, e l'aspetto morale della vicenda viene esposto con una tale superficialità che può benissimo definirsi trascurabile.
Sicuramente un film al di fuori dei canoni classici ma non per questo interessante e godibile
(cagata).






Il film era partito bene ma poi... si è perso in cose strane, assurde e slegate dalla realtà ma soprattutto dalla sceneggiatura, per questo mi sono limitata a scoppiazzare recensioni qua e là... visto che l'obbrobrio è stato unanime... :(

venerdì 29 aprile 2011

IL CANTO DI PALOMA






Film Vincitore dell'orso d'oro al Festival di Berlino e nominata agli Oscar nel 2009






La madre di Fausta, una ventenne peruviana, sta morendo e le ricorda cantando che lei è stata allattata con il ‘latte della tristezza' perché nata negli anni Ottanta in cui terrorismo e stupri erano all'ordine del giorno. Dopo la morte della madre Fausta vorrebbe offrirle un funerale degno di questo nome ma i pochi soldi sono stati tutti investiti nei festeggiamenti per l'imminente matrimonio della cugina. Lo zio però vuole che il cadavere venga seppellito prima delle nozze. Fausta che vive in una baraccopoli alla periferia di Lima cerca di vincere le sue paure e trova lavoro come cameriera presso una pianista. Spera così di mettere insieme una somma adeguata per le esequie. Il lavoro le servirà per comprendere la poca scientificità della sua "malattia" e tirar fuori la sua femminilità semplice ma bellissima così come il fiore della patata che non ha niente da invidiare agli altri fiori.
Il canto diventa strumento di liberazione per Fausta che in relazione al mondo che adesso meno teme cambia espressività.

Fausta è un personaggio dall'assoluta tristezza e incapace di accettare il contatto umano, essa ha infatti fatto del suo corpo un vero e proprio terreno. Perché il terrore di essere violentata l'ha spinta ad inserire una patata nella vagina e il tubero ha preso a germinare. Il terrore nei confronti degli uomini Fausta lo ha veramente succhiato con il latte e sembra incapace di liberarsene per volgersi verso una sessualità accettata e consapevole. Intorno a lei sopravvive un mondo di miseria che contrasta in modo stridente con la vita che si conduce nei quartieri alti. 



Da un lato il dolore, i silenzi e la profonda solitudine di Fausta, dall'altro il rumore e la baraonda di un mondo esterno povero ma felice. Memorabile la scena del matrimonio dove la saturazione dei colori ci ricorda come nonostante la povertà del paese vi sia voglia di vivere per festeggiare la vita.



L'unica persona che riesce ad avvicinarsi, o almeno a "sfiorare" Fausta è il giardiniere (della pianista) Noè che osserva, ascolta, comprende e rispetta le sue paure. Riesce attraverso il linguaggio dei fiori a mettersi in contatto con lei, senza esagerare e venendo incontro alla sua paura.
Struggente il motivo musicale (quello della sirena).




THE UNINVITED


"I'm looking for the truth. The audience doesn't come to see you, they come to see themselves" - cit.